mercoledì 1 aprile 2009

E tra poco è Pasqua

Da SiciliaInformazioni del 31 marzo.
Una ecatombe. Quanti ne sono morti? Cinquecento forse di più. E quanti erano i barconi in mare spazzati via? Nessuno lo sa. Notizie frammentarie, incerte provenienti dall’Africa, annunciano una nuova tragedia. Il popolo degli uomini in fuga ha fatto del Mediterraneo un grande cimitero nell’indifferenza generale.
Dei dispersi di queste ultime ore non saprà niente nessuno, nemmeno i congiunti delle povere vittime. Bambini, donne, giovani, gente in cerca di una vita dignitosa, desiderosa unicamente di trovare un luogo in cui sopravvivere alla fame, alla miseria, alla tirannia.
Di questi morti in mare non sapremo nemmeno i nomi, non vedremo mai i volti, non conosceremo mai la storia. Da dove venivano, dove erano diretti? La gente disperata muore sola, come mai era accaduto prima. La soglia di sensibilità della “civiltà” si è abbassata. Nel nostro Paese il popolo in fuga è considerato un “pericolo”. Il sentimento che prevale è la paura della “diversità”. Vengono a toglierci il lavoro, professano una religione che non è la nostra, ci contagianio le malattie, rubano, stuprano, rapinano.
Governo e parlamento mettono in campo norme che rendono la vita difficile a coloro che arrivano nel nostro Paese, e li chiamano presidi di sicurezza. Una paura insensata che nasconde un egoismo spaventoso.
Siamo diventati dei barbari con il doppio petto.
Siamo diventati sordi, ciechi. Il nostro cuore si è indurito, le nostre conoscenze sono diventate pietre. Vogliamo proteggere la nicchia nella quale, frustrati, trascorriamo le nostre giornate con il timore che i nuovi arrivati possano toglierci quello che abbiamo.
Il nostro sguardo si ferma davanti alla soglia di casa. Non ci affacciamo mai al balcone, non abbiamo altri pensieri che non siano i nostri. E la chiesa, la scuola, la famiglia? Non ci insegnano niente, ci portano altrove, perché hanno altre priorità.
Mi chiedo che cosa accadrebbe se la Chiesa affrontasse la questione dell’immigrazione nel nostro Paese con la stessa tenacia, continuità, forza con la quale affronta il tema della “vita”. Se proteggesse gli immigrati come protegge gli embrioni. Se facesse da sentinella agli uomini e alle donne in fuga, allo stesso modo in cui sorveglia i poveri corpi senza vita che giacciono negli ospedali senza coscienza di esserci.
Mi chiedo che cosa succederebbe se a scuola venisse insegnato che la diversità è una ricchezza, un patrimonio inesauribile e che la cultura è il risultato dello stare insieme fra uomini e donne che hanno idee, passioni, desideri, conoscenze differenti.
Mi chiedo che cosa succederebbe se nelle nostre famiglie i genitori raccomandassero ai loro figli, ogni mattina, che il rispetto per gli altri è condizione essenziale per avere rispetto per se stessi.
Mi chiedo che cosa succederebbe se le migliaia di pagine dedicate dai giornali all’indisponibilità della vita, ai temi etici e religiosi, ospitassero le storie di uomini, donne e bambini fuggiti dal loro inferno.
Mi chiedo che cosa succederebbe se i governi, non solo quello in carica, e le camere, costruissero un Paese sicuro di sé, e non impaurito, capace di tutelare la sicurezza dei suoi cittadini, invece che spaventarli.
Davanti a tragedie immani come quelle che si compiono sotto i nostri occhi, a poche miglia dalle nostre coste, non resta che confidare nelle persone di buona volontà, che ovunque – nelle chiese, nelle famiglie, nelle scuole – si dannano l’anima per fare capire che che per ogni uomo che lasciamo morire per il nostro egoismo, un pezzo di noi se ne va.

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