sabato 26 luglio 2008

Il pifferaio


All'inizio di luglio se n'è andata una delle persone che più hanno inciso sulla formazione della mia personalità: Ubaldo Mirabelli, il mio professore di storia dell'arte al liceo.
Lo voglio ricordare con il pifferaio di Manet, soggetto di una sua lezione sull'impressionismo che ancora adesso, dopo più di trent'anni mi resta vivida nella memoria.
Rivedo la mia classe seguire attenta mentre spiegava i rapporti tra l'impressionismo l'arte giapponese, e ricordo la sua grande cultura associata ad un'umanità senza pari, ed ancora le visite domenicali ai monumenti del centro storico di Palermo (quale professore sacrificherebbe, oggi, il suo tempo libero per portare in giro i suoi studenti? E quali studenti lo seguirebbero? Altri tempi).
La storia dell'arte, peraltro, era solo uno degli aspetti della sua multiforme cultura. Infatti, era anche un finissimo musicologo, ed in seguito, per molti anni, gli anni difficili del "Teatro senza teatro", fu il Sovrintendente del Teatro Massimo.
Paolo Isotta, il critico musicale del Corriere della Sera, su questo aspetto, gli ha dedicato il commosso ricordo che riporto sotto queste mie povere righe.
Addio, Professore, e grazie!

Ubaldo Mirabelli il teatro d' opera come rinascimento
Ubaldo Mirabelli aveva ottantasette anni e, facondo com' era, ha voluto entrare in Paradiso senza che quaggiù quasi se ne parlasse. A molti lettori, soprattutto oggi, il nome di Mirabelli dirà poco. Tenteremo di spiegare qualcosa dello straordinario personaggio. Il professor Mirabelli pareva una delle ultime espressioni del rinascimento di Palermo, la principale delle quali fu la costruzione, da parte di Filippo Basile, del Teatro Massimo: meraviglia di grande architettura congiunta a estro. Mirabelli ne fu Soprintendente dal 1977 al 1995: nell' esercizio di questa funzione dimostrò di essere uno dei più grandi Soprintendenti di questo secolo: e quanto, in questo caso, si debbano pesare le parole dimostra la circostanza ch' egli subentrò repentinamente al barone de Simone, ch' era già in vita un mito e causa di terrore per tutti i cretini e gl' incapaci. Della lunga soprintendenza di Mirabelli ho ricordi precisissimi. Il teatro era un orologio svizzero, dal centralino alla portineria fino alle più gelose cose artistiche. Nessun cantante ha ricevuto le fotocopie di un' Opera da studiare che fossero nitide e rilegate come quelle provenienti dal Teatro Massimo. Il personale sempre in impeccabili divise. La sorveglianza sulle prove e sul comportamento delle masse nel loro corso era costante, e anche i più grandi direttori colà invitati erano stupiti da tanta disciplina e (allora) tanto professionismo del materiale umano. V' è molto di più: se irreprensibili erano le esecuzioni del «repertorio«, fosse questo pur Wagner (chi dimenticherà la straordinaria Tetralogia diretta da Lovro von Matacic?), la cultura di Mirabelli era sempre alla ricerca di titoli dimenticati per salvarli dall' ingiusto oblio storico: dal Divieto d' amare di Wagner alle Comari di Windsor di Otto Nicolai alla Semirama di Respighi all' Amore dei tre re di Montemezzi all' Alcina di Händel ben prima che divenisse l' ammiccare del (o al) Barocco da parte di certi furbastri di oggi... Parlare con Mirabelli era come entrare in un mondo incantato. Guida addirittura mitica, per i pochi ospiti che non disprezzasse, al Serpotta, parlava poi di Hogart o di van Gogh. L' excursus trascorreva in Filosofia del Diritto (Hegel), risaliva con le tracce glottologiche della presenza araba in Sicilia e atterrava su Hugo von Hofmmansthal. Né in ciò v' era alcunché di esibito «pour épater la galerie»: Mirabelli era un autentico erudito, che l' amore per gli studî non abbandonò mai e che per tale amore riusciva a passare con tanta naturalezza da una tastiera all' altra, senza mai sbagliare. L' amore per la musica fu però in lui prevalente e alla vita musicale egli donò più che al resto della sua cultura: ma qui direi della sua civiltà.

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